Occhi di Gatti
Fabrizio Gatti, cronista d’assalto dell’Espresso, ha colpito ancora. Dopo essersi finto albanese per sbarcare in Italia, immigrato clandestino per farsi rinchiudere in un centro di permanenza, uomo di fatica per tirar su frutta e verdura tra i forzati del lavoro nero in Puglia e giornalista per entrare impunemente nella redazione dell’Espresso, il Gatti ha realizzato l’ennesimo scoop. Si è infatti camuffato da uomo delle pulizie per portare alla luce le magagne (tra l’altro ben note) del Policlinico Umberto I di Roma. Eccolo quindi, ramazza in mano, vagare in corridoi degni del Regno di Von Trier, tra angoli puteolenti e scorie tossiche, sfidando virus mortali e sotterranei catacombali. La cosa incredibile è comunque che nessuno lo riconosce, anche se la sua faccia, grazie ai numerosi reportage en travesti è ormai piuttosto nota. Anche perché la sua idea di travestimento è quella di essere semplicemente se stesso, con la sua faccia un po’ così, a metà tra l’indimenticato Hristo Stoichov e l’idea di albanese che hanno le vecchiette e i lettori di Libero. Possibile che per essere albanese, immigrato clandestino e ramazzaro all’ospedale si debba avere la faccia da gaglioffo e una fronte che farebbe la felicità di ogni frenologo? La vera impresa di Gatti dovrebbe essere qualcosa del genere “Inviato dell’Espresso si finge Lord Ciambellano e irrompe nella riunione della classe dell’84 di Eton” oppure “Fabrizio Gatti si intrufola tra gli esponenti del Potere Ariano” o ancora “Fabrizio Gatti si traveste da Harry Potter e porta alla luce i retroscena torbidi di Hogwarts”. O il massimo, “Non è Philippe Daverio, è Fabrizio Gatti!”.